Obiettivi a Basso Numero F: Costruzione e Scienza Dietro le Lenti Luminose

sullavita.it

Gennaio 8, 2026

Obiettivi a Basso Numero F: Costruzione e Scienza Dietro le Lenti Luminose

Vi siete mai chiesti come sia possibile scattare foto mozzafiato in condizioni di luce quasi inesistente? Quei momenti in cui l’occhio umano fatica a distinguere i contorni, ma la fotocamera cattura ogni dettaglio? Il segreto, spesso, risiede negli obiettivi a basso numero F. Se siete come molti appassionati di fotografia e ottica, avrete sicuramente sentito parlare di lenti “veloci”, capaci di raccogliere tantissima luce. Ma cosa significa esattamente “basso numero F” e quanto può scendere?

Pensate al leggendario obiettivo f/0.7 usato da Stanley Kubrick per illuminare Barry Lyndon con la sola luce delle candele. Impressionante, vero? Eppure, c’è chi ha spinto ancora più in là, costruendo un obiettivo funzionante a f/0.38, superando persino alcune “lenti da scherzo” create per il solo clamore. Ma come si arriva a un simile risultato? E soprattutto, quali segreti ottici si celano dietro a questa ricerca della massima luminosità?

Il numero F e la luminosità dell’immagine

Partiamo dalle basi. Il numero F di un obiettivo è un rapporto semplice, ma fondamentale: è il diametro della pupilla d’ingresso (l’apertura chiara della lente) diviso per la lunghezza focale. Questo rapporto ci dice quanto sarà luminosa l’immagine prodotta dall’obiettivo.

Più questo numero è basso, più luce l’obiettivo è capace di raccogliere. Un obiettivo “veloce” moderno, ad esempio, potrebbe essere un f/1.4, ottimo per molte situazioni. Il salto a un f/0.7, come quello storico di Kubrick, è enorme e apre scenari fotografici prima impensabili. Ma costruire qualcosa che vada oltre, come un f/0.38, richiede di spingersi ai limiti dell’ingegneria ottica.

Catturare la luce in condizioni estreme: la sfida degli obiettivi a basso numero F

Realizzare un obiettivo così estremo, come l’f/0.38 che abbiamo menzionato, è un vero e proprio esercizio di ingegneria. Si parte da una telecamera industriale compatta, dotata di controlli manuali sull’esposizione e il guadagno del sensore, fondamentali per confronti precisi. Questa viene montata su una struttura rigida stampata in 3D, spesso in fibra di carbonio PLA per garantire la massima stabilità.

Il cuore di questa speciale costruzione obiettivi è un obiettivo per microscopio ad alta performance, spesso un 40x con un’apertura numerica (NA) di 1.3, progettato per l’immersione in olio. Questo tipo di obiettivo è pensato per lavorare con una goccia d’olio tra la lente e il vetrino, che fa da “accoppiatore ottico” e massimizza l’ingresso della luce.

La vera sfida però arriva con il sensore della fotocamera. La maggior parte dei sensori ha una copertura protettiva in vetro, e tra questa e il sensore stesso c’è un sottilissimo strato d’aria. È proprio quest’aria a impedire all’olio di accoppiamento di fare il suo lavoro. La soluzione? Rimuovere il vetro protettivo dal sensore. Si tratta di un’operazione estremamente delicata e a bassissima resa, che può distruggere il sensore con un errore minimo. L’esperienza insegna che per ammorbidire l’epossidica che tiene il vetro, un po’ di calore è d’aiuto, ma bisogna fare attenzione a non danneggiare i minuscoli fili conduttori che corrono lungo il perimetro del sensore.

Una volta rimosso il vetro e assemblato il tutto (spesso con l’aggiunta di un filtro IR, dato che questi sensori sono estremamente sensibili all’infrarosso), si può finalmente accoppiare l’obiettivo con olio direttamente al sensore nudo. Il risultato è un sistema incredibilmente efficiente nel raccogliere luce.

Profondità di campo e lunghezza focale: una relazione inaspettata

Dopo tanta fatica, ci si aspetterebbe un risultato “cinematografico” da un f/0.38, con una profondità di campo estremamente ridotta, quel bellissimo sfocato che fa sognare i fotografi. Eppure, le prove sul campo possono riservare sorprese. Mettendo a confronto l’obiettivo f/0.38 con una lente f/1.4, si nota immediatamente la maggiore luminosità dell’obiettivo a basso numero F, specialmente nelle zone d’ombra.

La vera sorpresa, però, è la profondità di campo. Invece di essere super ridotta, in questi prototipi può risultare enorme, quasi “panfocale” anche a distanze ravvicinate. Come mai? Il segreto sta nella lunghezza focale. Gli obiettivi per microscopio, utilizzati in questi esperimenti, hanno lunghezze focali estremamente corte, nell’ordine di pochi millimetri (ad esempio, 4 mm).

È cruciale capire che la profondità di campo non dipende *solo* dal numero F, ma è fortemente influenzata anche dalla lunghezza focale dell’obiettivo. Una lunghezza focale così breve può compensare (o meglio, prevalere su) un numero F incredibilmente basso, portando a una profondità di campo estesa. Quindi, un numero F bassissimo non garantisce automaticamente l’effetto “sfuocato da sogno” se la lunghezza focale è altrettanto piccola.

Il numero F e l’apertura numerica: un legame complesso

La relazione tra il numero F e l’apertura numerica (NA) è uno degli aspetti più affascinanti e dibattuti dell’ottica fotografica. Spesso si trova una formula semplice che li lega: NA = 1 / (2 * numero F). Ma è davvero così semplice?

In realtà, per avere un numero F “significativo”, un sistema di lenti deve essere corretto da aberrazioni sferiche e di coma. Senza queste correzioni, i raggi di luce non convergono correttamente, compromettendo il contrasto dell’immagine e rendendo il numero F un dato meno indicativo. Le lenti con molte aberrazioni possono avere un numero F misurato basso, ma una scarsa apertura numerica effettiva.

Dopo molte indagini, si è scoperto che la formula 1 / (2 * numero F) non è solo un’approssimazione per piccoli angoli, ma è in realtà esatta per le lenti cosiddette “plantic”, cioè sistemi ottici ben corretti dalle aberrazioni sferiche e di coma. Questo perché il loro piano principale (un concetto chiave nella geometria ottica) è curvo, non piatto, e ciò cambia le relazioni geometriche tra le grandezze.

Perché l’olio di accoppiamento, allora? Il suo scopo è semplice: far corrispondere l’indice di rifrazione dell’ultimo elemento della lente, permettendo ai raggi di luce di entrare nel sensore con angoli molto ripidi. Se ci fosse aria, i raggi dovrebbero rifrangersi, limitando la quantità di luce che può raggiungere il sensore.

In pratica, si tratta di convogliare la massima quantità possibile di luce nel sensore, evitando che venga persa o deviata da rifrazioni indesiderate. La scienza dietro la costruzione obiettivi a bassissimo numero F è un campo complesso, dove ogni singolo elemento, dal tipo di vetro alla forma delle superfici, fino al mezzo tra la lente e il sensore, gioca un ruolo cruciale.

Domande Frequenti

Cos’è un obiettivo a basso numero F e perché è importante?

Un obiettivo a basso numero F è una lente che ha un valore F molto piccolo (ad esempio f/1.4, f/0.7 o inferiore). È importante perché indica la capacità dell’obiettivo di raccogliere molta luce, rendendolo ideale per scattare foto in condizioni di scarsa illuminazione senza la necessità di tempi di esposizione lunghi o ISO elevati.

Perché la rimozione del vetro dal sensore è così cruciale per gli obiettivi a basso numero F con olio?

La rimozione del vetro protettivo dal sensore è cruciale perché permette all’olio di accoppiamento di toccare direttamente la superficie del sensore. L’olio, avendo un indice di rifrazione simile a quello della lente, elimina le rifrazioni che avverrebbero se ci fosse uno strato d’aria, consentendo ai raggi di luce di entrare nel sensore con angoli molto più ripidi e massimizzando così l’assorbimento della luce.

Perché un obiettivo a basso numero F non garantisce sempre una profondità di campo ridotta?

La profondità di campo dipende da due fattori principali: il numero F e la lunghezza focale dell’obiettivo. Sebbene un numero F basso tenda a ridurre la profondità di campo, una lunghezza focale estremamente corta (come quella tipica degli obiettivi per microscopio usati in alcuni prototipi) può compensare questo effetto, risultando in una profondità di campo sorprendentemente ampia.

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