La Storia Globale del Tè: Dalle Origini ai Rituali del Mondo

sullavita.it

Gennaio 22, 2026

La Storia Globale del Tè: Dalle Origini ai Rituali del Mondo

Sapevate che il tè è la bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua? È incredibile, vero? Ci circonda ovunque, dalle bustine che usiamo in casa ai dolci in negozio, dalle cerimonie sacre alle bevande che ci aiutano a sopravvivere nei climi più rigidi. La storia del tè è un viaggio affascinante, un percorso che ci porta dalle sue prime apparizioni come alimento fino a diventare il pilastro culturale che conosciamo.

Pensiamo spesso al tè come a una semplice bevanda, ma il suo cammino ha intrecciato la diffusione di religioni, scatenato guerre (sì, proprio le Guerre dell’Oppio e persino la Rivoluzione Americana!) ed è stato protagonista di miti e leggende. È la prova che la verità può essere molto più sorprendente della finzione. Allacciate le cinture, ci immergiamo nel percorso incredibile di una delle bevande più affascinanti della storia.

Il tè era originariamente consumato come cibo fermentato e medicina nell’antica Cina, non come bevanda nel senso moderno.

Quando pensiamo al tè, ci viene subito in mente una tazza calda e profumata. Eppure, per i primi duemila anni della sua esistenza, il “tè” in Cina, chiamato “tu”, non era affatto quello che intendiamo oggi. La leggenda narra di Shenong, il dio dell’agricoltura e fondatore della medicina cinese, che, dopo aver ingerito 72 piante velenose, fu salvato da alcune foglie cadute in una pentola d’acqua bollente. Queste foglie lo risanarono, elevandolo a “dio del tè”. Una storia suggestiva, ma che oggi sappiamo essere un malinteso.

In realtà, il “tu” era un termine generico per indicare qualsiasi cosa amara o medicinale bollita in acqua. Gli archeologi e gli etnobotanici ci dicono che avremmo potuto ricevere una bevanda a base di cardo selvatico, cicoria o persino fiori come il crisantemo. La vera pianta del tè, la *Camellia sinensis*, ha le sue origini del tè circa 4.000 anni fa, mille miglia a sud-ovest dell’allora confine cinese, nelle colline del Sichuan e del Puar.

Lì, il tè veniva inizialmente utilizzato come alimento. Le foglie erano ricche di nutrienti, ma incredibilmente amare e dure se mangiate crude. La svolta arrivò quando i contadini scoprirono che, pressando le foglie in pezzi di bambù e seppellendole per farle fermentare, si addolciva il sapore e si aumentava il valore nutrizionale. Questa pratica è ancora viva oggi in luoghi come il Myanmar, dove le foglie di tè fermentate sono una componente fondamentale di quasi ogni pasto, trasformandosi in deliziose insalate di foglie di tè, come il “lepto”. Solo molto più tardi, nel VII secolo d.C., con la dinastia Tang, la parola “tu” si sarebbe evoluta in “cha”, assumendo il significato specifico della pianta del tè come la conosciamo.

Lu Yu, con il suo “Chaching”, ha elevato il tè a forma d’arte e pratica spirituale, influenzando profondamente la cultura cinese e il Buddhismo Mahayana.

La trasformazione del tè da alimento/medicina a bevanda cerimoniale è legata a un periodo di grandi cambiamenti in Cina, in particolare con la diffusione del Buddhismo Mahayana dall’India. Questa branca del Buddhismo incoraggiava una dieta vegana e proibiva l’alcol, che in Cina era una parte fondamentale della vita sociale. Serviva un’alternativa.

È qui che entra in gioco Lu Yu. Abbandonato in un monastero nell’anno 740, questo orfano disprezzava la brodaglia di cipolle, datteri e tè che gli veniva servita. Un giorno, fuggito dal monastero e unitosi a una compagnia teatrale, scoprì per caso come i contadini preparavano il tè in modo semplice, bollendolo solo con acqua, e ne rimase folgorato. Dedicò i successivi trent’anni allo studio della pianta del tè, culminando nella stesura del *Chaching*, o “Classico del Tè”.

Questo manoscritto in dieci capitoli descriveva ogni aspetto del tè, dalla sua leggenda ai metodi di coltivazione e preparazione, fino alle sottigliezze del sapore. Lu Yu propose di macinare le foglie in polvere e mescolarle in acqua bollente. Per lui, il tè era la bevanda perfetta per i buddhisti: estetica, senza pretese, e ogni fase della sua preparazione richiedeva tempo e concentrazione. Doveva essere condiviso in gruppo, rendendolo l’alternativa ideale all’alcol. Il suo lavoro ottenne l’attenzione dell’imperatore, e quasi dall’oggi al domani, negozi di tè spuntarono in tutta la Cina. Lu Yu fu venerato come un dio in vita, e ancora oggi si possono trovare sue statuette nei negozi di tè. La sua opera elevò il tè a una vera e propria forma d’arte e pratica spirituale, dando origine alla cultura del tè cinese e alla cerimonia *Genta*, un esercizio profondamente spirituale.

La diffusione globale del tè è stata intrinseca a eventi storici di vasta portata, come la Via del Tè e dei Cavalli, la Rivoluzione Americana e le Guerre dell’Oppio.

Dalla Cina, il tè iniziò il suo viaggio, spingendosi a est con i monaci buddhisti verso la Corea e il Giappone nell’VIII secolo. Qui, le cerimonie del tè si adattarono alle culture locali. In Giappone, la *Chado* o “via del tè” divenne un’elaborata cerimonia di più ore, influenzata dal Buddhismo Zen e dai samurai, con la preparazione del matcha, abbinamenti con cibi, fiori e opere d’arte. La *Dalia* coreana, invece, si concentrava sulla consapevolezza e l’umiltà, un rituale più semplice che esaltava i doni naturali di fuoco, acqua e foglie di tè.

Ma la sua diffusione non si limitò all’Estremo Oriente. Nell’XI secolo, la dinastia cinese Song, preoccupata dalle incursioni mongole, aprì la famosa Via del Tè e dei Cavalli. Scambiarono il loro prezioso tè con i cavalli dei regni himalayani, con un contratto che prevedeva un cavallo per ogni 60 chili di tè. Il tè non era una novità per gli abitanti delle montagne, che già dal II secolo d.C. lo mescolavano con sale e burro di yak, come ancora fanno oggi. Questa via commerciale non solo trasformò la cultura himalayana, rendendo il tè al burro di yak un elemento centrale dell’ospitalità, ma anche pose le basi per la successiva diffusione verso l’Asia Centrale e l’India.

Il tè arrivò in Europa attraverso i commercianti olandesi e portoghesi nel XVII secolo. Inizialmente, fu visto con scetticismo (un diplomatico russo rifiutò 100 kg di tè definendoli “foglie morte”!). Ma nel 1662, Caterina di Braganza, sposa di Re Carlo II d’Inghilterra, introdusse il tè nella corte inglese, rendendolo una moda e istituendo il “tea time” quotidiano, che perdura ancora oggi.

La Compagnia delle Indie Orientali ottenne il monopolio sul tè, alzandone i prezzi e alimentando il contrabbando. Per compensare le perdite, la Compagnia impose una tassa sul tè nelle colonie americane, senza che queste avessero rappresentanza nel Parlamento britannico. Il risultato? Il Boston Tea Party del 1773, dove i coloni gettarono il tè nel porto, un evento che innescò la Rivoluzione Americana.

Ancora più drammatiche furono le Guerre dell’Oppio (1839-1842). L’Inghilterra, a corto di argento per pagare il tè cinese, iniziò a contrabbandare oppio dall’India in Cina. Il governo cinese confiscò e distrusse tonnellate di oppio, scatenando una risposta militare britannica che si concluse con la sconfitta cinese e la cessione di Hong Kong. La sete di tè britannica aveva causato un’onda di distruzione e cambiamenti geopolitici inimmaginabili.

Robert Fortune fu una figura chiave, una ‘spia botanica’ che trafugò i segreti della coltivazione del tè dalla Cina per avviare le piantagioni britanniche in India, trasformando l’industria.

Nonostante le vittorie nelle Guerre dell’Oppio, la dipendenza dal tè cinese restava una spina nel fianco per la Gran Bretagna, che desiderava ardentemente controllare sia il prezzo che l’offerta. Sapevano che il clima indiano, in particolare l’Assam, era adatto alla coltivazione, ma i segreti della lavorazione del tè erano gelosamente custoditi dalla Cina da oltre mille anni.

Fu qui che entrò in scena Robert Fortune, un botanico scozzese con una vita inizialmente poco eccitante. Nel 1844, dopo la Guerra dell’Oppio, fu inviato in Cina per raccogliere piante esotiche. Durante il viaggio, tra attacchi e rapimenti, imparò il mandarino e l’arte di mimetizzarsi. La Compagnia delle Indie Orientali, leggendo le sue memorie, vide in lui la soluzione al loro dilemma: lo incaricarono di tornare in Cina sotto copertura e rubare i segreti del tè.

Nel 1848, Fortune, mascherato da dignitario cinese di una provincia lontana, viaggiò nelle regioni proibite della Cina, visitando piantagioni nel Fujian, Jiangxi e Sichuan. Tre anni dopo, sbarcò a Kolkata con semi, talee e, soprattutto, la conoscenza precisa di come produrre il tè di migliore qualità. Non solo: scoprì anche che i cinesi, per il mercato d’esportazione, aggiungevano piccole quantità di gesso e cianuro al tè verde per mantenerne il colore brillante, rendendolo di fatto velenoso.

Questa rivelazione, esposta alla prima Esposizione Universale di Londra, screditò il tè cinese. Improvvisamente, l’Inghilterra non solo aveva una fonte domestica di tè, ma il prodotto cinese era in disgrazia. La produzione di tè indiano, che fino ad allora era limitata, esplose, trasformando l’industria del tè globale per sempre.

Esistono molteplici varietà di tè (nero, verde, Oolong, bianco, Pu’er) e innumerevoli rituali di consumo (cerimonie giapponesi, tè del pomeriggio inglese, masala chai indiano) che riflettono la sua adattabilità culturale.

Con l’evoluzione della cultura del tè e l’introduzione di nuove tecniche nel XIV secolo, in particolare dopo che la dinastia Ming bandì il tè in mattoncini, emersero le diverse varietà che oggi conosciamo. La differenza principale? L’ossidazione.

* Tè Nero (o *hungcha*, tè rosso in cinese): le foglie vengono lasciate ossidare completamente dopo la raccolta. Ha un profilo ricco di tannini, un sapore forte e pungente, ed è la base ideale per ingredienti come latte condensato, zucchero o spezie (pensate al bubble tea o al masala chai indiano).

* Oolong: ossidato parzialmente e poi cotto. La sua produzione è meticolosa, con cicli di arrotolamento, essiccazione e tostatura. Fino al XIX secolo, era il tè riservato alla regalità.

* Tè Verde: le foglie vengono appassite e cotte immediatamente per prevenire l’ossidazione. I giapponesi lo cuociono a vapore per un colore verde brillante, mentre i cinesi lo tostano in padella per un sapore più morbido. È la varietà più salutare, ricca di polifenoli e antiossidanti.

* Tè Bianco: non subisce alcuna lavorazione. Si utilizzano le foglie più giovani e tenere, lasciate semplicemente essiccare al sole o all’aria. Il suo nome deriva dai fini peli bianchi che le foglie conservano. La varietà più esclusiva, “silver needle”, si ricava dai germogli non aperti.

* Pu’er: prende il nome dalla regione in cui ebbe inizio il tè. Come gli antichi tè dello Yunnan, è fermentato e invecchiato anche per cinquant’anni prima di essere gustato.

Le cerimonie del tè e i modi di consumarlo si sono moltiplicati, riflettendo la sua incredibile adattabilità culturale. Dal raffinato tè del pomeriggio inglese, reso popolare nel 1840 dalla Duchessa di Bedford, Anna Russell, al robusto masala chai indiano, nato negli anni ’30 unendo tè nero e infusi erboristici locali. Il tè Earl Grey, con la sua scorza di bergamotto, è un’invenzione inglese dell’inizio del 1800.

Il tè alla menta marocchino nacque per caso nel 1850 da un carico di tè dirottato. Il tè turco, divenuto essenziale dopo la caduta dell’Impero Ottomano, ha reso la Turchia il paese con il maggior consumo pro capite al mondo. E negli Stati Uniti, abbiamo visto innovazioni come l’English Breakfast (esportato persino in Inghilterra!), il sweet tea del Sud, l’iced tea introdotto alla Fiera Mondiale di St. Louis nel 1904, e le rivoluzionarie bustine di tè, brevettate nel 1901.

Più recentemente, il Teh Tarik malese (anni ’50), il Cha Yen tailandese (fine anni ’40), il gelato al matcha (le cui radici risalgono al XIX secolo in Giappone) e, naturalmente, il bubble tea di Taiwan (1986), con le sue perle di tapioca, sono diventati fenomeni globali.

Oggi, il tè non è solo una bevanda. Lo troviamo in prodotti per la cura della pelle, come deodorante per ambienti, in barrette di cioccolato, bevande analcoliche e perfino nelle uova sode cinesi. Consumiamo oltre 5 miliardi di tazze al giorno. Il tè è diventato così intrinseco nelle nostre vite che è parte del nostro linguaggio: “non è la mia tazza di tè”, “spill the tea” (rivelare un segreto), “una tempesta in una tazza di tè”. Che lo si beva verde o nero, caldo o freddo, al mattino o alla sera, una cosa è certa: la sua storia, per quanto lunga, è un viaggio senza fine.

Domande Frequenti

D: Come veniva consumato il tè nelle sue prime fasi in Cina?

R: Inizialmente, circa 4.000 anni fa, il tè (la *Camellia sinensis*) veniva consumato come alimento e medicina nell’antica Cina. Le foglie venivano pressate in pezzi di bambù e seppellite per la fermentazione, addolcendo il sapore e aumentandone il valore nutrizionale, come ancora oggi si fa in alcune cucine tradizionali.

D: Chi era Lu Yu e quale fu il suo contributo alla cultura del tè?

R: Lu Yu fu un orfano cinese che nel 740 d.C. si dedicò per 30 anni allo studio del tè, culminando nella stesura del *Chaching* (“Classico del Tè”). Quest’opera elevò il tè da semplice alimento/medicina a una forma d’arte e pratica spirituale, descrivendone la coltivazione, la preparazione e il significato filosofico. È considerato una figura cruciale per la nascita della cultura del tè cinese e delle cerimonie del tè.

D: Qual è stato il ruolo di Robert Fortune nella diffusione globale del tè?

R: Robert Fortune fu una “spia botanica” scozzese inviata dalla Compagnia delle Indie Orientali a metà del XIX secolo. Sotto copertura, si infiltrò nelle piantagioni cinesi, trafugando semi, talee e, soprattutto, i segreti millenari della coltivazione e lavorazione del tè. Le sue scoperte permisero alla Gran Bretagna di avviare vaste piantagioni in India, rompendo il monopolio cinese e trasformando l’industria globale del tè.

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