Ti è mai capitato di comprare una barretta di cioccolato in aeroporto e poi vederne una identica fuori che costa la metà? O un panino che ti fa chiedere se è fatto d’oro? Quella sensazione che il tuo portafoglio si alleggerisca più velocemente del tuo bagaglio è tutt’altro che una tua impressione. I prezzi aeroporto sono diventati un vero e proprio enigma, un salasso che accettiamo quasi come un rito di passaggio prima di imbarcarci. Ma perché succede? E, soprattutto, c’è un modo per arginare questa marea di costi?
Non è un mistero che paghiamo un extra, ma forse non ci rendiamo conto di quanto. Un burger, ad esempio, può costare il 46% in più rispetto allo stesso venduto in città. Una tavoletta di cioccolato? Anche il 120% in più. Non è solo questione di “turismo forzato” o di audience “in ostaggio”, come si dice. C’è una storia complessa dietro, fatta di deregolamentazione, scarsa concorrenza e, diciamocelo, una buona dose di opportunismo.
Per capire come siamo arrivati ad avere cinque Starbucks nello stesso terminal, dobbiamo fare un piccolo viaggio nel tempo. Gli aeroporti non sono sempre stati i centri commerciali che conosciamo oggi. All’inizio del ‘900, erano più simili a stazioni ferroviarie, spesso affollate e poco accoglienti. Il lusso, quello vero, iniziava solo a bordo dell’aereo. Ma per far crescere il settore, gli aeroporti dovevano migliorare e, soprattutto, dovevano imparare a generare profitti dai passeggeri. Iniziarono con ogni mezzo: ponti di osservazione, piscine, campi da tennis, persino pozzi petroliferi. Poi arrivarono i parcheggi a pagamento, che divennero una vera miniera d’oro.
Negli anni ’50 e ’60, si investì molto per rendere gli aeroporti luoghi attraenti, con ristoranti eleganti dove la gente andava anche per celebrare occasioni speciali. Ma il volo restava un lusso per pochi. Tutto cambiò nel 1978, quando la deregolamentazione dell’industria aerea fece crollare i prezzi dei biglietti. Molti più passeggeri potevano permettersi di volare, e questo significò anche più persone che attendevano nei terminal, spesso per i voli in connessione.
Gli aeroporti si trovarono impreparati. I passeggeri iniziavano a lamentarsi dei prezzi già allora alti, con rincari del 50-100%. La soluzione? Trasformare i terminal in veri e propri centri commerciali. L’aeroporto di Pittsburgh, nei primi anni ’90, fu un pioniere, con oltre cento negozi e ristoranti. Le sue entrate salirono del 75% in sei anni, senza aumentare i prezzi, grazie a un modello chiamato “street pricing”: ciò che compravi in aeroporto costava come fuori. Sembrava la svolta, il “non si fregano più le persone”. Ma come mai, allora, quel cioccolato costa ancora il doppio?
Prezzi Alle Stelle: Quanto Davvero Paghiamo di Più?
La realtà è che, per la maggior parte degli aeroporti oggi, quel modello virtuoso di “street pricing” è un lontano ricordo. Ora si parla di “street pricing plus”, ovvero il prezzo di mercato più un extra del 10-15%. Una percentuale che, teoricamente, dovrebbe essere un giusto aggiustamento per i costi operativi più elevati. Peccato che, molto spesso, questo limite venga allegramente ignorato.
Abbiamo visto rincari assurdi. Quella barretta di cioccolato a LaGuardia, a New York, venduta a un prezzo che non corrispondeva a nulla di simile fuori dall’aeroporto, è un classico esempio. Oppure, a Minneapolis St. Paul, una confezione di M&M’s costava il 69% in più rispetto a un normale supermercato, e uno yogurt addirittura l’84% in più. Questi non sono semplici extra; sono veri e propri ricarichi ingiustificati, che vanno ben oltre il “più 10-15%”. Nonostante gli aeroporti dichiarino di fare audit periodici sui costo cibo aeroporto e altri prodotti, la scarsa applicazione delle regole e l’assenza di vere conseguenze lasciano i passeggeri alla mercé dei venditori.
Monopoli Nascosti: Quando la Concorrenza Scompare
Una delle ragioni meno discusse dietro l’aumento dei prezzi è la mancanza di concorrenza. Potresti pensare di avere tante opzioni in un’area ristoro, ma la verità è spesso ben diversa. Negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza dei negozi e ristoranti aeroportuali è gestita da appena sei grandi multinazionali. Potresti non conoscere i loro nomi, ma la loro impronta è ovunque, con oltre 13.000 punti vendita a livello globale.
Prendiamo un’area ristoro: magari vedi sei diversi marchi, ma in realtà sono tutti gestiti dalla stessa azienda, come HMS Host. E non finisce qui. L’azienda madre, Avolta, potrebbe possedere anche i negozi duty-free e le edicole dello stesso aeroporto. Questa concentrazione del potere in poche mani significa che la competizione, quella vera, all’interno dei terminal è praticamente inesistente. Le fusioni e acquisizioni stanno consolidando ulteriormente il settore, e queste grandi aziende spesso spingono gli aeroporti ad alzare ancora di più i tetti di prezzo, o a eliminarli del tutto. Così, siamo noi a farne le spese.
La Promessa Infranta: Il ‘Street Pricing Plus’ che non Funziona
Molti aeroporti, pur avendo una politica di prezzo, non riescono o non vogliono farla rispettare. Si suppone che i prezzi debbano essere solo leggermente più alti che fuori, ma la realtà è ben altra. Il famoso “street pricing plus” con il suo 10-15% di margine, spesso viene gonfiato all’inverosimile.
Certo, i costi per gestire un’attività in aeroporto sono oggettivamente più alti: il personale e le merci devono passare la sicurezza, il che aumenta i costi di costruzione e manodopera (fino al 30-40% in più rispetto all’esterno). Inoltre, alcune città impongono salari minimi più alti per i lavoratori aeroportuali, e le attività sono spesso tenute a orari lunghissimi, dalle 4 del mattino a mezzanotte. Non dimentichiamo che pagano anche una percentuale delle loro vendite all’aeroporto, che può variare dal 6 al 20%. Tutti questi fattori contribuiscono, ma non giustificano rincari del 70% o dell’80%. La vera debolezza sta nell’applicazione lassista delle regole, che permette ai concessionari di andare ben oltre i limiti stabiliti.
Il ‘Dwell Time’: Da Sicurezza a Strategia di Vendita
C’è un altro fattore chiave che ha alimentato questa spirale di prezzi: il “dwell time”. Dopo l’11 settembre, le misure di sicurezza sono state drasticamente aumentate, e con esse, il tempo che i passeggeri trascorrono in attesa all’interno del terminal. Gli studi dimostrano che più tempo si attende, maggiori sono le entrate da cibo e negozi per gli aeroporti.
Circa il 63% dei passeggeri acquista qualcosa, spesso per noia, visto che il tempo medio trascorso in aeroporto è di circa due ore. È un’ottima opportunità per le concessioni aeroportuali di massimizzare i profitti. L’obiettivo non è solo ridurre lo stress dei passeggeri, ma anche incoraggiarli a spendere di più post-sicurezza. È quasi impossibile raggiungere il proprio gate senza passare davanti a decine di negozi o punti di ristoro. Se si stimolano le ghiandole salivari, si tende a comprare di più. Oggi, quasi la metà delle entrate degli aeroporti statunitensi non proviene dai voli, ma da fonti non aeronautiche, come parcheggi e, ovviamente, cibo e shopping.
Un Faro di Speranza: L’Esempio Virtuoso di Portland
Esiste una soluzione? L’aeroporto di Portland, in Oregon (PDX), dimostra che un altro modello è possibile. Lì applicano un vero “street pricing” puro: ciò che paghi in città, lo paghi anche in aeroporto, senza sovrapprezzi. L’aeroporto prende una percentuale del volume di vendite delle attività, e questo sistema ha dimostrato di essere un successo. I passeggeri di PDX spendono circa 15,3 dollari a testa, il 20% in più rispetto alla media nazionale. Questo perché, sentendosi trattati con giustizia, sono più propensi a spendere.
Portland ha mantenuto questa politica per decenni. Purtroppo, la maggior parte degli aeroporti non sembra intenzionata a seguire questo esempio. Alcuni, anzi, si muovono nella direzione opposta, eliminando del tutto i tetti di prezzo, come accaduto a LAX nel 2025. Le grandi società di concessioni continuano a spingere per la massima flessibilità sui prezzi, che per loro significa “nessun limite”.
In un periodo in cui tutto sembra costare di più, la pazienza dei viaggiatori sta raggiungendo il limite. Un sondaggio del 2024 ha rivelato che i prezzi di cibo e bevande negli aeroporti sono da anni l’elemento con il punteggio più basso in termini di soddisfazione dei passeggeri. Persino i membri del Congresso statunitense hanno chiesto un’indagine sui prezzi delle concessioni aeroportuali.
Allora, come possiamo noi, i viaggiatori, difenderci e risparmiare in aeroporto? Il consiglio più semplice e spesso più efficace è quello di arrivare preparati. Portare con sé uno snack o una bottiglia d’acqua riempita dopo i controlli può fare una differenza notevole. La soddisfazione dei passeggeri e la redditività sono legate: più lo spazio è accogliente e giusto, più la gente è disposta a spendere. E comprare la tua merendina preferita prima di arrivare in aeroporto potrebbe farti risparmiare più di quanto immagini.
Domande Frequenti
D: Perché i prezzi negli aeroporti sono così alti?
R: Le ragioni sono complesse: scarsa concorrenza (poche grandi aziende gestiscono la maggior parte dei negozi), politiche di prezzo come lo “street pricing plus” che non vengono rispettate, costi operativi più elevati per le attività aeroportuali e lo sfruttamento del “dwell time” (tempo di attesa) dei passeggeri post-sicurezza per massimizzare le vendite.
D: Cosa si intende per “street pricing” e “street pricing plus”?
R: Lo “street pricing” puro prevede che i prezzi in aeroporto siano identici a quelli dei negozi esterni. Lo “street pricing plus”, invece, aggiunge un extra (solitamente 10-15%) al prezzo di mercato esterno per coprire i costi operativi aeroportuali. Spesso, però, questo limite viene superato dai commercianti.
D: Come posso risparmiare sul costo cibo aeroporto?
R: La strategia più efficace è portare con sé snack e bevande da casa (una bottiglia d’acqua vuota da riempire dopo i controlli di sicurezza è un ottimo trucco). Anche informarsi in anticipo sui prezzi o le politiche di “street pricing” dell’aeroporto può aiutare a fare scelte più consapevoli.